SocialToon: la poesia di “Quando c’era Marnie”

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Bentornati su SocialToon, la rubrica che vi porterà a riscoprire i film d’animazione che hanno fatto la storia del cinema. Oggi parleremo di un film molto recente, l’ultimo dello Studio Ghibli prima della pausa (e speriamo non fine) del famoso studio d’animazione giapponese: Quando c’era Marnie.

Primo e unico film senza la guida di Hayao Miyazaki, ritiratosi un anno prima, “Quando c’era Marnie” ha avuto un discreto successo che gli ha permesso di candidarsi all’Oscar per il miglior film d’animazione del 2016, rimanendo del tutto oscurato, però, da “Inside out”. Ciononostante, pur mancando della magia fiabesca che contraddistingue il marchio giapponese, “Quando c’era Marnie” non può non essere considerato un capolavoro.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi, volto storico dello Studio Ghibli ora confluito nella Ponoc, il film è tratto dal romanzo “When Marnie was there” di Joan G. Robinson. La storia tratta di Anna, una ragazza di 12 anni rimasta orfana. Anna è una ragazza introversa, si sente esclusa dal resto del mondo e l’unica cosa che la fa stare meglio è disegnare. Anna soffre anche di asma e per farla stare meglio la sua madre adottiva decide di mandarla da alcuni parenti in campagna.

Qui Anna farà la conoscenza di Marnie, una ragazza della sua età che vive in una vecchia villa al di là di un acquitrino. Nessuno in città sembra però conoscere Marnie e tutti sostengono che la villa è in realtà abbandonata da anni. Chi si cela in realtà dietro l’unica amica che Anna abbia mai avuto?

“Quando c’era Marnie” è un film commovente all’inverosimile. Il senso di solitudine di Anna fa provare allo spettatore un forte senso di empatia verso la protagonista. Non manca lo spunto di riflessione sulla depressione e sull’indifferenza di chi ci circonda.

“In questo mondo c’è un cerchio magico invisibile agli occhi altrui” dice Anna “Esso ha un dentro e un fuori. Io sono nel fuori, ma non mi importa, perché io mi detesto!”, una frase in cui molti almeno una volta nella vita si potrebbero rivedere. È come se il mondo intero vivesse in una bolla e non potesse sentire né vedere il disagio interiore di Anna. Davvero curioso che questo film e “Inside out” siano stati prodotti a così poca distanza l’uno dall’altro.

La regia, andando avanti, è incredibile. “Quando c’era Marnie” è la dimostrazione che l’animazione giapponese non si sta adagiando sugli allori e sta imparando a sfruttare al meglio le nuove tecniche che l’ascesa del digitale ha comportato. Ciò che però contraddistingue lo Studio Ghibli dagli altri produttori, giapponesi e non, è la capacità di usare al meglio il digitale, senza cascare nell’eccesso e nella mancanza di stile.

Il disegno tradizionale è una componente importante e necessaria del cinema di animazione. Lo abbiamo visto con i grandi Classici Disney, in cui lo stile di disegno permetteva di dare un’impronta artistica imponente a tutta l’opera. Anche il digitale ha la sua importanza, ma se utilizzato a gocce, come in questo film. I colori poi, che ormai sono un marchio di fabbrica della Ghibli, rendono il tutto ancora più straordinario.

Per finire, c’è la musica. La musica è tra le più appropriate che si possano mai sentire in un film. Complice anche la canzone che dà il colpo di grazia allo spettatore, “Fine on the outside” di Priscilla Ahn. Fu la stessa cantautrice americana, pensate, a proporre questa canzone, scritta nel 2005 e mai pubblicata per il contenuto troppo intimo,  per il film. Priscilla Ahn infatti lesse il romanzo di Robinson e si rivide nella protagonista. Quindi, quando venne a sapere che lo Studio Ghibli stava lavorando alla trasposizione cinematografica, volle contribuire. Qui di seguito, “Fine on the outside”.

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