12041262 10207354754498093 768091397 oIl filosofare è per Kant un bisogno universale dell’uomo, e di quella sua facoltà che è appunto la Ragione. Questo bisogno non oppone i pochi ai molti. Kant non sostiene che il filosofo possa uscire dalla caverna platonica, o diventare membro di una setta illuminata: egli è un chiarificatore di esperienze comuni a tutti. Il filosofo è l’immagine di colui che vive tra gli uomini e non tra i filosofi. Kant sembra concordare con Aristotele (in opposizione a Platone) nel ritenere che i filosofi non devono governare, bensì che i governanti devono ascoltare i filosofi, senza condividerne la tesi che il modo di vivere del filosofo sia il più elevato. Kant abbandona questa gerarchia, dissolvendo la vecchia tensione tra filosofia e politica.

Centrale è il nucleo fondativo da cui muove tutta la sua teoria della conoscenza, ma nei termini attraverso cui Kant la presenta, ovvero la filosofia critica. Il risultato della critica è il pensare da sé, il valersi della propria ragione. Kant svela lo “scandalo della ragione”: non soltanto la tradizione, l’autorità, i pregiudizi, od ogni metafisica dogmatica, ma è la stessa facoltà della ragione ad essere sottoposta a un processo di legittimità e dei propri limiti.

Pensare criticamente, tracciando un criterio metodologico per distinguere i pregiudizi, le opinioni e le convinzioni non fondate, è una vecchia preoccupazione della filosofia, che possiamo far risalire alla maieutica socratica. Kant era ben consapevole di questa origine, al punto da sottolineare che era sua intenzione procedere sul modello socratico. A differenza di Socrate, però, credeva nella fondazione di un sistema metafisico, ma ciò che alla fine trasmise alla posterità fu il concetto di critica e non certo quello hegeliano di sistema.

Il metodo di Socrate consisteva nel liberare i suoi allievi da tutte le convinzioni infondate. Egli non insegnava nulla, e non conosceva affatto le risposte alle domande che poneva. Si dedicava alla ricerca per amore della ricerca, non per amore del sapere. L’unicità di Socrate è tutta in questa attenzione al pensiero stesso, indipendentemente da ogni risultato. Il suo agire non ha alcun motivo o scopo ulteriore: una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Ciò che egli effettivamente fece fu di tradurre l’intimità del pensiero in “discorso pubblico”. Soprattutto, Socrate non era membro di una setta e non aveva fondato alcuna scuola. Divenne il prototipo del filosofo perché conversava con tutti coloro che incontrava in piazza ed era del tutto vulnerabile a chi lo interrogava, pronto a rendere conto di quello che aveva detto.

Risulta chiaro che l’arte del pensiero critico presenta implicazioni politiche. A differenza del pensiero dogmatico, che in realtà può diffondere, agendo dietro le mura sicure di una scuola o di una chiesa, nuove dottrine e pericolose credenze, e a differenza del pensiero speculativo, che raramente preoccupa qualcuno, il pensiero critico è per eccellenza di natura antiautoritario, perché ha il compito di far tremare le fondamenta delle più diffuse e radicate verità. Il pensiero critico si sottopone, stando a Kant, alla prova dell’indagine libera e pubblica, il che vuol dire: quanti più sono gli esaminatori, tanto più radicale e perturbante diventa l’efficacia della loro critica. Inoltre, per Kant ogni opera deve essere capace di divulgazione, altrimenti nasconde, dietro a dei pensieri apparentemente profondi, forse solo idee prive di senso. L’epoca dell’Illuminismo è l’epoca dell’uso pubblico della ragione; di conseguenza, la più importante libertà politica era non, come per Spinoza, la libertas philosophandi, bensì la libertà di parlare e di pubblicare.

La libertà politica di ogni membro della società cosmopolitica è di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Kant è fermamente convinto che la facoltà di pensare dipenda soprattutto dal suo uso pubblico, dal libero ragionamento di fronte al mondo, all’umanità in genere. Senza la prova dell’indagine libera e pubblica non è possibile né il pensiero né la formazione dell’opinione, e poiché la ragione, per sua natura, non è predisposta all’isolamento ma al coinvolgimento, deve poter comunicare.

La “condicio sine qua non” è la comunicabilità, che si fonda sul rapporto di uguaglianza tra i cittadini. Ciò che a Kant interessa non è tanto la verità, quanto la comunicabilità universale. “È infatti vocazione naturale degli uomini comunicare gli uni con gli altri nelle materie che riguardano l’umanità in generale.” Nella sfera pubblica tutte le azioni politiche si fondano su leggi che devono apparire all’opinione pubblica come leggi “universali e ragionevoli”. Per ottenere un tale scopo è indispensabile, secondo Kant, l’applicazione del principio della pubblicità, la libertà di parlare e di pubblicare, cioè quell’insieme di istituzioni che obbligano i governanti a dar pubblico conto delle loro decisioni e che rendono impossibile la pratica del segreto, caratteristica degli Stati dispotici e delle monarchie assolute, garantendo la moralità dell’azione di chi governa.

La pubblicità di Kant va considerata come quel principio che garantisce l’accordo della politica con la morale. Soprattutto, è un mezzo attraverso il quale è possibile ampliare il pensiero, poiché, non solo spinge a confrontare il giudizio personale con quello altrui, ma anche a porsi nei panni di altri individui. Si può comunicare soltanto se si è in grado di pensare a partire dal punto di vista dell’altro.

Il fattore della pubblicità deve essere visto come necessario per il pensiero critico. Ciò che Socrate effettivamente fece fu di estrarre dalle affermazioni le implicazioni nascoste o latenti: in questo consisteva la sua maieutica. Come la levatrice aiuta il bambino a venire alla luce, così Socrate porta alla luce quelle implicazioni perché siano esaminate. Questo modo di procedere del pensiero implica necessariamente la comunicabilità, una comunità di uomini ai quali ci si deve rivolgere non solo per ascoltare, ma anche per trovare ascolto. Alla domanda “perché si tratti qui di uomini invece che dell’uomo?”, molto probabilmente Kant avrebbe risposto: affinché possano parlare fra loro. Nell’opera “Cosa significa orientarsi nel pensiero” (1786) leggiamo:

Si dice in verità che la libertà di parlare o di scrivere può indubbiamente esserci tolta da un potere superiore, ma non la libertà di pensare. Ma penseremmo noi molto e penseremmo noi bene se non pensassimo in comune con altri ai quali comunichiamo i nostri pensieri, e che ci fanno parte dei loro?”

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