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Se si fosse trattato del festival di Sanremo, a Hillary Clinton sarebbe andato il premio della critica e a Bernie Sanders quello della giuria popolare: se, infatti, tutti i commentatori italiani e d’Oltreoceano hanno rilevato una sostanziale vittoria dell’ex First Lady, praticaticamente ogni sondaggio condotto nel post-dibattito ha invece evidenziato una preferenza (anche spiccata) per il senatore del Vermont. Dov’è il vero?


Partiamo da una consapevolezza: Hillary Rodham (poi Clinton) ha fatto parte della lista dei cento avvocati più influenti d’America ben prima di abitare nella Casa Bianca al fianco del marito Bill; ed il passato forense si nota tutto nella capacità di offrire quasi sempre il meglio nei dibattiti a più voci, com’è stato quello di martedì notte (in Italia). Meno bene ha dimostrato in passato di cavarsela nei confronti testa a testa, in cui l’aria da prima della classe finisce per favorire il contendente (è capitato otto anni fa nei confronti con Barack Obama, altro notevole “debater”). Tre dei cinque contendenti sono sembrati completamente annichiliti, tanto da suggerire in qualcuno il sospetto di trovarsi lì proprio per fare da sparring partner al Clinton-show. L’unico che ha resistito ai sorrisi smaglianti con cui ha cercato di abbagliare la sala di Las Vegas, in definitiva, è stato quel senatore Sanders di cui anche oggi tutti continuano a parlare, nonostante i chiari passi falsi mossi sui temi del controllo delle armi e della politica estera.

La Clinton ha controllato per gran parte del confronto, limitandosi a sviare i colpi degli avversari e piazzando di tanto in tanto dei colpi non da poco ai già deboli comprimari. La sua sembrava la performance perfetta per far scrivere ai giornalisti di “dibattito vinto”, avendo rispettato ogni regola non scritta del manuale del dibattito televisivo: qualcosa di simile a quanto avvenne a Matteo Renzi nel primo confronto con Bersani e Vendola alla vigilia delle elezioni 2013. Come quelle primarie dimostrarono, però, non basta far spellare le mani a Rampini su Repubblica o ai columnist di New York per poter dire già acquisito il confronto.

Il Washington Post segnala un dato interessante: nei momenti cruciali in cui ha parlato, Sanders ha raccolto molte più ricerche su Google di quanto non abbia fatto la Clinton (meglio: di quanto non abbia fatto alcun candidato finora apparso in questi dibattiti, visto che nemmeno Donald Trump aveva raggiunto le vette di Sanders). Segno che il canuto senatore ha suscitato notevole curiosità nel pubblico generalista della CNN, brandendo orgogliosamente definizioni totalmente avulse dal dibattito tradizionale statunitense come “rivoluzione” e “socialdemocratico”, auspicando il perseguimento del modello scandinavo e indicando più e più volte il nemico pubblico numero uno in Wall Street.

Clinton, per parte sua, ha fatto notare più volte il suo ruolo di unica candidata tra tanti uomini, unica possibile prima Presidente degli Stati Uniti; una carta che rischia di funzionare, come funzionò quella del colore della pelle nel caso dell’elezione Obama, proprio ai danni della Clinton. Sanders ha raccolto grande interesse e le crescenti disuguaglianze nell’economia americana lo renderanno un contendente temibile fino alla fine; ma il vantaggio della Clinton appare difficilmente colmabile, a meno che non entri in gioco la candidatura dell’attuale vicepresidente Biden, convitato di pietra del recente dibattito ed ancora in bilico rispetto alla scelta se scendere in campo o meno. Un Biden in gioco potrebbe rosicchiare qualche punto alla Clinton, mischiando di nuovo le carte in tavola; ma, d’altronde, dopo il primo confronto televisivo appare evidente che di spazio, per Biden, ce n’è poco, se l’obiettivo è quello di ottenere la nomination democratica: difficile allora che sia anche lui della partita. Una previsione, questa, che se confermata aprirebbe le porte della vittoria alle primarie (e forse della Casa Bianca) a chi, come Hillary Clinton, non aspettava altro da almeno otto anni.

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