Quando i francesi si cimentano in scioperi e manifestazioni dimostrano sempre di saperci fare: fu proprio da uno sciopero generale che, nel maggio 1968, nacque il movimento giovanile che rivoluzionò il modo di pensare e di vivere di mezz’Europa. Non siamo ancora su quei livelli, ma la protesta messa in piedi oggi dai sindacati sicuramente non ha analogie nella storia recente del nostro Paese, dove, per trovare qualcosa di simile, bisogna tornare con la memoria alla piazza che, guidata da Cofferati, si opponeva all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ormai quattordici anni or sono.

Ce0apWUW4AAozOFOggetto del contendere, stavolta, è l’introduzione della cosiddetta “Loi Travail”: al netto della mania tutta francese per l’utilizzo della lingua madre in ogni occasione (e, all’opposto, dell’esterofilia del nostro premier e di molti suoi seguaci), si tratta di un provvedimento praticamente analogo al Jobs Act italiano, a cui è ampiamente ispirato. Meno garanzie per i “posti fissi” presi in giro da Zalone, licenziamenti per motivi economici più semplici per le imprese, orario di lavoro “aperto” alla possibilità di un allungamento dalle 35 ore settimanali odierne: queste le principali novità di una misura su cui Hollande si sta giocando gran parte del proprio futuro politico. Un futuro che, almeno al momento, appare tutto fuorché roseo: secondo tutti i sondaggi, il Presidente attualmente in carica è ben lontano dai consensi della Le Pen e del candidato moderato (con Alain Juppé in leggero vantaggio su Sarkozy nella corsa alla leadership dei Repubblicani).

Il malcontento è esploso in decine di manifestazioni su tutto il territorio transalpino, moltiplicando le presenze in piazza rispetto all’ultima giornata di proteste dello scorso 9 marzo; nella sola Parigi, sono stimati più di centocinquantamila manifestanti inferociti con il governo socialista.

Quanto appare maggiormente curioso della scelta operata dall’Eliseo è la sua tempistica: Hollande ha scelto, infatti, di introdurre un Jobs Act proprio nel momento in cui comincia ad apparire più chiaro, dalle cifre Istat, che quello italiano ha inciso poco o nulla sui numeri dell’occupazione nel nostro Paese. Con la fine degli incentivi legati alla decontribuzione dei nuovi contratti, è infatti terminato l’effetto “boom” sulle assunzioni verificatosi in prossimità dell’entrata in vigore della nuova disciplina giuslavoristica; tanto che qualcuno, guardando un po’ più in là nel tempo, comincia già a immaginare un ipotetico scenario apocalittico di licenziamenti in massa, tra un paio d’anni, quando anche per i contratti attivati in regime di decontribuzione svaniranno i vantaggi fiscali previsti. Un’enorme operazione di maquillage statistico, insomma, che ha coperto il crollo delle garanzie a favore dei lavoratori e dato ulteriore appoggio alla parte già più forte nelle contrattazioni aziendali; il tutto, nella volontà (solo dichiarata) di avvicinare il nostro modello a quello della flexsecurity scandinava: un sistema, quello nordico, che si regge però su notevoli investimenti su politiche attive e passive del lavoro, qui nemmeno all’orizzonte (e sono proprio di questi giorni i dati che attestano il fallimento di Garanzia Giovani Italia, principale piano in questo senso dell’attuale governo).

Insomma: Hollande, sei proprio sicuro che la Loi Travail sia quello di cui ha bisogno la Francia? Ed è così casuale che poi l’elettorato vada sempre più in cerca di soluzioni radicali, quali quelle offerte dalla Le Pen? Matteo Renzi (e l’altro Matteo, quello della Lega Nord) nel frattempo se la ridono sotto i baffi.

Rispondi