Suite francese: la sinfonia incompiuta di Irène Némirovsky

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Quando cominciò la stesura di “Suite francese”, nel 1942, Irène Némirovsky era ormai lontana da Parigi, diventata troppo pericolosa per gli ebrei. Minacciata dalla prospettiva del campo di concentramento, la romanziera di origini russe (il suo vero nome non era Irène, ma Irma Irina), lavorava febbrilmente a quella che aveva concepito come un’opera in cinque parti.

Riuscì a completarne soltanto due: “Temporale di giugno”, che racconta l’esodo dei francesi all’arrivo delle truppe naziste,  e “Dolce”, storia dell’amore fra una giovane sposa francese, col marito prigioniero in Germania, e un ufficiale tedesco, durante l’occupazione nazista che seguì l’armistizio fra i due paesi.

L’arresto e la deportazione impedirono ad Irène di comporre i restanti tre “movimenti” della sua sinfonia: “Captivité” (di cui ci sono giunti alcuni appunti di lavoro), “Batailles” e “la Paixe”.

La Némirovsky morì ad Auschwitz di febbre tifoidea, il 19 agosto del ’42, un mese dopo l’arresto.

Il manoscritto incompiuto di “Suite francese”, che l’autrice non ebbe nemmeno il tempo di rivedere, fu custodito dalla figlia maggiore, Denise, per cinquant’anni. Durante la guerra la piccola portava con sé i quaderni della madre in una valigia di cuoio marrone, foderata di stoffa verde, appartenuta al nonno materno, da cui non si separava mai, mentre fuggiva inseguita dalla polizia. Non sapeva, però, che in quelle pagine, che credeva un diario, si nascondesse l’ultima fatica letteraria di sua madre, la cui pubblicazione postuma le avrebbe regalato una seconda, straordinaria popolarità a tanti anni dalla crudele dipartita.

“Suite francese” è un’opera corale,  un grande affresco in cui l’autrice descrive “in presa diretta” una Francia sconfitta e prostrata, e un popolo che nel panico e nello scoramento svela la sua più profonda umanità, fatta di ipocrisia, vigliaccheria, meschinità, odio, ma anche amore, desiderio di pace e allegria, oltre la retorica patriottica.

I personaggi che la Némirovsky tratteggia con sapienza gettano la maschera, negli eventi eccezionali che si trovavano a vivere, in cui tutte le regole sono venute a cadere, nella fuga rocambolesca da Parigi, nelle case in cui sono costretti ad ospitare l’invasore tedesco, mostrando la propria essenza più profonda e talora bestiale.  un occhio lucido e a tratti spietato quello dell’autrice, che non lesina ironia, soprattutto nei confronti della morale e delle abitudini di una borghesia avara, arida e ipocrita.  Anche chi pare rivestito da un’aura di santità, come il religioso Philippe Péricand, non è immune da storture dell’animo, che si rivelano alla luce cruda della guerra che insanguina l’Europa.

Una guerra, che come tutte le guerre è orribile e insieme patetica; terribile e surreale. Gli abitanti del borgo di Bussy, che vedono battute la proprie strade dagli speroni dei soldati nazisti, conquistatori e carcerieri, non riescono a non provare tenerezza di fronte ai giovani militari che mostrano le foto delle proprie famiglie,  a partecipare all’allegria dei loro festeggiamenti…. Ma il crucco è nemico; ha preso prigionieri mariti e figli; nonostante le ostentazioni di gentilezza è il conquistatore che requisisce cibo e cavalli.

É lo “spirito dell’alveare”, assurdo, crudele: <<quando diciamo ‘un tedesco’ tutti sappiamo che è solo un uomo, né migliore né peggiore di tutti gli altri, però la cosa sottintesa, quella terribile, è che quest’uomo ha ucciso dei francesi, tiene prigionieri i nostri cari, ci fa patire la fame>>.

Ogni individuo in guerra porta su di sé un’investitura terribile: il destino e le colpe del proprio paese. La propria storia personale è annichilita è assorbita dalla Storia dei popoli, rete a strascico che pesca sul fondo.

Esiste un modo di sfuggirle?

<<Individuo o collettività?>> pensa Lucile, la bella sposa col marito fatto prigioniero dai tedeschi, mentre ascolta le note del pianoforte suonato dall’ufficiale  Bruno von Frank <<…Eh! Dio mio! Questa non è nuova, non hanno inventato niente. I nostri due milioni di morti, durante l’altra guerra, sono stati sacrificati allo stesso ‘spirito dell’alveare’! Loro sono morti e venticinque anni dopo…Che inganno! Che vanità!…Ci sono destini che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! La stessa anima del popolo, probabilmente, è retta da leggi che a noi sfuggono, o da capricci che noi non conosciamo. Povero mondo, così bello, così assurdo… Ma quel che è certo è che fra cinque, dieci o vent’anni questo problema, che secondo lui è il problema del nostro tempo, non esisterà più, sarà sostituito da altri…mentre questa musica, questo rumore della pioggia sui vetri, questo lugubre scricchiolio del cedro nel giardino di fronte, quest’ora così dolce, così strana in mezzo alla guerra, questo non cambierà…É eterno…>>

   

    

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