È ufficiale: la parziale reunion degli Smiths è stata annullata. Il temporaneo ricongiungimento era stato deciso in vista di un tour denominato “Classically Smiths” per suonare i brani storici ed altre canzoni mai eseguite dal vivo insieme all’orchestra Manchester Camerata. Reunion parziale perché il cantante Morrisey e il chitarrista Johnny Marr non avevano mai accolto favorevolmente la proposta: avrebbero aderito soltanto il batterista Mike Joyce, il secondo chitarrista Craig Gannon e il bassista Andy Rourke. In seguito però alla smentita di quest’ultimo, è saltato tutto.
Intanto, questa notizia ci ha dato il “la” per richiamare l’attenzione su uno dei gruppi più grandi del panorama musicale internazionale.

The Smiths: già il nome ci pone davanti a una situazione curiosa. La band di Manchester, pur avendo scelto un nome corrispondente al cognome inglese più diffuso, dimostra fin dagli esordi di distinguersi ampiamente da tutta la corrente musicale del tempo, sia dell’Inghilterra, sia del mondo.
La prima cosa che viene fuori è che il gruppo stravolge quello che, negli anni ’70 e ’80, è considerato il prototipo della rock star, già a partire dal look. La rock star del tempo sceglieva con attenzione quasi maniacale gli abiti e il trucco: gli Smiths, al contrario, sembravano indossare le prime cose trovate sottomano. Morrisey, dinanzi al pubblico e alle telecamere, era solito agitare un mazzo di fiori, quasi come a voler schernire quello che era considerato il modello tradizionale di “rock star”.
La peculiarità degli Smiths che emerge dai loro quattro album e dai vari singoli è la genialità dei testi, unita a un sound incredibile e inconsueto rispetto ai tempi.
Pensiamo a tutte quelle volte in cui ascoltiamo una canzone e ne restiamo piacevolmente colpiti. Capita però che, analizzando il testo che di primo acchito avevamo considerato superficialmente per cogliere l’interezza del brano, ci accorgiamo che esso è costituito da un insieme di parole che, a ben vedere, non ha una sua logica. Ecco, questo con gli Smiths non accade: ogni parola è messa lì per un significato ben preciso e, leggendo i testi, non se ne può far altro che apprezzarne l’acutezza.
Mi viene in mente il primo singolo, datato 1983, Hand in Glove: Mano nel guanto / La brava gente ride Si, noi potremmo anche indossare degli stracci / Ma noi abbiamo qualcosa che loro non potranno mai avere.

E cosa dire di quel capolavoro che è Please, Please, Please, Let Me Get What I Want? 1 minuto e 50 secondi di estasi pura che mette in luce il perfetto connubio tra la genialità di scrittura di Morrisey e la bravura musicale di Marr, il quale riesce a dare alle parole un suono che interpreta perfettamente il tormento interiore nonché l’invocazione di felicità descritti. Tocco magistrale la presenza del mandolino di John Porter.

Una band che non ha mai avuto paura di esporsi e di darsi una connotazione politica: come quando suscitò lo scalpore con l’album “Meet Is Murder”, un vero e proprio manifesto del vegetarianismo e una severa critica alla società inglese.
Creatività e innovazione che raggiungono il culmine con “The Queen Is Dead”, ritenuto tuttora uno dei dischi più importanti del periodo.

Gli Smiths si sono caratterizzati per un’integrità musicale, testuale e ideologica, integrità che hanno mantenuto fino alla fine. Sono riusciti ad essere “alternativi” nella popolarità, ispirando considerevolmente la scena musicale successiva.
Dunque, è il caso di rimanere delusi dell’annullamento della reunion? Direi proprio di no: hanno dato talmente tanto che glielo possiamo anche perdonare.

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