Mancano meno di sei mesi alla conclusione di questa lunghissima campagna presidenziale verso la Casa Bianca, e ancora la partita sembra apertissima. “Merito”, tra mille virgolette, di Donald Trump, che dopo aver messo in atto un vero e proprio ribaltone dell’establishment repubblicano con le primarie ormai stravinte, è passato con tutta forza all’attacco della probabilissima (ma non ancora certa) candidata democratica, quell’Hillary Clinton che non riesce a togliersi di dosso lo spettro scomodo di Bernie Sanders.

Il senatore del Vermont, che sa di avere speranze di successo ridotte al lumicino, sta venendo meno a tutte le consuetudini legate alle passate primarie: altri candidati al suo posto avrebbero già contrattato un’uscita di scena in grande stile, con tanti ringraziamenti e complimenti al perdente; non Sanders, che ha già dichiarato l’intenzione di voler proseguire la campagna fino all’ultimo voto; come ha dimostrato, d’altronde, nelle recenti sfide elettorali in Kentucky (dove si è assistito ad un sostanziale pareggio) ed Oregon (dove l’ha spuntata di qualche punto percentuale); ma come soprattutto si è potuto evincere dalla convention democratica del Nevada, dove i suoi sostenitori hanno reagito con un’aggressività inusitata per la politica statunitense ai formalismi regolamentari con cui i vertici del Partito Democratico hanno assegnato quattro delegati in più alla Clinton (su un totale di oltre tremila, alla fine, non una quota molto significante). La stampa ha attaccato duramente i sandersiani del Nevada e chi si aspettava un passo indietro da parte del settantatreenne senatore è rimasto deluso; Sanders, anzi, non ha perso l’occasione per aumentare il carico, polemizzando anch’egli con gli alti dirigenti del partito: alla fine Joe Biden (l’attuale vicepresidente) ha provato a metterci una pezza, rilasciando una dichiarazione in cui s’è detto fiducioso sulla collaborazione di Sanders per la vittoria finale.

Che effetto hanno queste lunghissime primarie democratiche sulla corsa alla Casa Bianca? Un peso enorme, a ben vedere: la Clinton non può ancora concentrare risorse e tempo nel rispondere alle provocazioni di Trump, perché sa che per altri due mesi (fino alle primarie in California) non può dare affatto per scontato il successo su Sanders; una fase, questa, in cui la ex first lady avrebbe puntato diritto al centro, mirando alla conquista dell’elettore moderato deluso dalla scelta del candidato in casa repubblicana. La prosecuzione della campagna interna al Partito democratico, invece, le impone una continua battaglia di rincorsa delle posizioni socialdemocratiche del suo contendente. Ad approfittarne, manco a dirlo, potrebbe essere il Tycoon newyorkese, che già nessuno avrebbe dato ancora in corsa a questo punto, soltanto un anno fa.

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