È passato più di un anno da quel 17 aprile 2016, quando il 31.19% di affluenza segnò il fallimento del referendum abrogativo cosiddetto “delle trivelle”. Il dibattito, che evidentemente non riuscì a coinvolgere granché l’elettorato, fu dominato da due opposte, e fallaci, tendenze: sia da un lato che dall’altro, infatti, le argomentazioni sono state portate avanti spesso uscendo dal merito del quesito e, comunque, con un eccesso di catastrofismo che, combinati, hanno finito per minare la stessa credibilità della campagna referendaria e lasciato gran parte dell’elettorato persino incapace di giudicare una scelta definita, da molti, troppo “tecnica”.

Tra gli aspetti esaminati all’epoca, uno dei meno sviluppati fu quello del ritorno economico per lo Stato Italiano dalle attività estrattive di idrocarburi. In particolare, le cosiddette “royalties” che le compagnie petrolifere devono pagare sui profitti di tali attività: in Italia, le compagnie devono sborsare il 7% sulle estrazioni in mare e il 10% su quelle in terra, ben al di sotto di quanto previsto (link), per esempio, in USA (30%), Canada (40%), Alaska (60%), Danimarca (70%), Russia (80%), Indonesia (85%). Una bazzecola, insomma, che nella maggior parte dei casi non viene nemmeno pagata, grazie alla cosiddetta soglia di “franchigia“: le royalties, in pratica, non vanno pagate se si estraggono annualmente meno di 50mila tonnellate di petrolio o 80 milioni di metri cubi di gas; tale meccanismo fa sì che solo il 27% delle attuali piattaforme petrolifere fornisse, all’epoca del referendum, royalties allo Stato Italiano (link).

Ma cosa è cambiato, su questo argomento, dopo l’entrata in vigore delle nuove normative sulle trivellazioni (che il referendum voleva abrogare)? Ebbene, com’è facilmente consultabile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2016 c’è stato un crollo nelle royalties riscosse dalle varie articolazioni dello Stato Italiano: poco più di 97 milioni di euro (link) rispetto ai quasi 223 milioni del 2015, che erano già in calo rispetto agli anni precedenti (352 milioni nel 2014, 402 milioni nel 2013, 420 milioni nel 2012). Si tratta di dati complessi, che non è possibile scorporare tra quelli legati alle attività in mare e quelle a terra; inoltre, nelle royalties riscosse nel 2016, per ragioni contabili, ci sono anche una parte di quelle generate dalle attività estrattive effettuate nel 2015 (così come anche i dati che abbiamo riportato per gli anni precedenti, per un confronto omogeneo).

Ma cosa possono suggerirci, comunque, questi dati? La spiegazione più immediata è quella di una ulteriore accelerazione nella crisi del settore delle attività estrattive in Italia, già in sofferenza da anni nonostante fosse definito “strategico” dai sostenitori della sconfitta del referendum, il cui successo, anzi, veniva agitato come pericoloso per i posti di lavoro del settore (che invece erano minacciati, evidentemente, da tutt’altre ragioni).

Ma c’è un’altra possibile spiegazione, legata allo “stretto merito” del quesito referendario. Quella domenica di aprile, infatti, si chiese agli Italiani se volessero abrogare o meno la norma contenuta nella “legge di Stabilità” del dicembre 2015 che prorogava la concessione estrattiva fino all’esaurimento delle risorse contenute nel giacimento; insomma, le compagnie petrolifere avevano avuto la garanzia di poter sfruttare il giacimento “a vita”, senza dover ottenere di volta in volta le proroghe. Ebbene, il combinato disposto di questa “proroga fino ad esaurimento” e dell’esistenza della soglia di “franchigia” consente alle compagnie petrolifere, in teoria, di evitare del tutto il pagamento delle royalties, semplicemente producendo al di sotto della soglia di franchigia fino a quando non si esaurirà il giacimento, anche se ci vorranno molti anni, se non decenni. Non solo: in tal modo, le compagnie potrebbero rinviare molto in là nel tempo gli onerosi costi di smantellamento delle piattaforme estrattive.

Quale delle due spiegazioni sia la più vicina alla realtà non possiamo sancirlo in questo articolo: occorrerebbe che il Ministero fornisse dati meno “riassuntivi” e che consentano di monitorare la situazione relativa ad ogni giacimento. Oppure, che testate giornalistiche con più mezzi della nostra possano reperire autonomamente tali dati: ma basta fare una ricerca su Google per rendersi conto del totale silenzio sulla questione. Il che la dice lunga su un giornalismo ormai dominato dal riciclo di notizie “acchiappa-click”, anziché sulla ricerca delle notizie … ma questa è un’altra storia.

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