maniFin dagli albori dell’umanità si sono susseguite mutazioni antropologiche, sociali e di costume. In questo magma caotico e rovente di avvenimenti, dove è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, dove la storia delle masse ha rimpiazzato quella del singolo essere umano, una cosa resta per autenticità inequivocabile: le mani. Quelle stesse mani che hanno alzato la piramide di Cheope, le Colonne d’Ercole o costruito le meraviglie di Costantinopoli sono giunte a me, in un giorno in cui la vita mi sorprese come solo lei sa fare, senza avvertirti. Senza il mio permesso. Quelle che vidi per la prima volta, nonostante non ricordi con precisione il momento esatto della scoperta, furono le tue mani.

Quei membri scoperti soffrono e stridono come ogni parte del nostro corpo. Sono come il volto, possiamo vedere su quella pelle consunta e callosa i segni del tempo e della vita. Più di ogni altra cosa le nostre mani dettano ciò che siamo.

Possono determinare la realtà in un susseguirsi di movimenti ben precisi, costruire architetture meravigliose, scrivere un libro o potare una pianta. Un essere umano forgia la propria vita con le sue mani, una sorta di percorso invisibile ma che percepiamo, qualcosa che alimenta il senso di ogni cosa che ci circonda attraverso la nostra individualità biologica.

Che cosa indicano esattamente nessuno può dirlo. Anche quando sono mute o informi, sussurrano al cuore del malato il gesto dell’aiuto, e a noi, di riflesso, quello della misericordia, della pietà, o della dimenticata compassione. Un accalorato grido per chi giudica, o un dolore straziante per chi sogna la giustizia. Pensa alle dita che scavano nella sabbia in cerca d’acqua, o nel terreno per radici ancora intatte da poter raccogliere. In cerca di vita. Proprio come le mani di un’ostetrica, che fremono dall’attesa. Un’arte che non può permettersi l’errore. No, nessun tentennamento per questa sapienza della fragilità, facile alla commozione.  

La mano è un racconto. Ognuna di mia conoscenza è una storia, un dolore o una vittoria. Eppure delle mani non ho mai visto un catalogo. Nessuno ci ha fatto una storia. Qualcosina sui testi di anatomia. Roba settoriale, troppo specializzata. Testi che non dicono nulla sul passato degli uomini, di chi segue, con l’anima assente e segnata dal tempo, il ricordo di miti lontani. Forse Leonardo, il genio pittore, ma il suo fu un discorso sospeso.

Mani che da sole fanno un mondo. Mani dei ricchi, o dei poveri. Che diversità, che distacco da far impallidire un cieco! Le ho viste tutte grazie a te. Le timide, le ipocrite, le accattone. Quelle dei vili, dei codardi, o da colletti bianchi. Le scattanti, le nervose, quelle misere o affettuose. Ho stretto le umidicce, o le impotenti. Quelle ignoranti, ladre e scaltre, tu a bizzeffe. Quelle mani a piovra d’accattone, tu sicuro, io abbastanza. Le mani dei preti, dei dottori. Poi gli avvocati, gli insegnanti, gli imbecilli, le macchiette e i cinici giullari di corte. Tutto uno schifo.

In questo guazzabuglio petulante non si è salvato nessuno. Eccetto te ed io. Lo sapevi fin dall’inizio. Ti guardo tuttora in questo spudorato intreccio di mani chiassose, spesso inutili. Un festival dell’avidità, ma anche della consanguinea strafottenza. Dell’umana miseria.  Come hai fatto finora a sopravvivere, questo non l’ho mai capito. Afragola non ha mai risparmiato nessuno. Nemmeno te.

Nel mio sogno migliore, ho pesato tutto il tuo amore. Sembra che sia la tua miglior vendetta. Quanto Amore è passato tra le tue mani? Quanto ne passerà ancora? Quasi tutti i giorni incontri i tuoi figli, mentre rincasi dopo estenuanti momenti di lavoro, distraendoti dal diabete e dall’ipertensione che porti addosso, così come il crocefisso per un devoto. Loro e tua moglie sono il parto di quelle mani. Anch’essi dovrebbero comprendere che la vita, la parte che più importa a noi uomini, passa solo tra quelle dita dalla pelle annodata. Senza quelle mani saremmo nulla, o forse molto poco. Davvero poco, padre mio.

Che riposino pure le tue mani stanotte. Il tuo nuovo giorno ti attende. Eppure quanta invidia provo per quel mondo, chiuso in un palmo tra il pollice e il mignolo, e che in ogni momento si staglia come un’aurora verso orizzonti incerti, a illuminare i miei incubi. A proteggere la mia vita.

Tutta l’umanità è lì, tra quelle dita.      

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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