L’Italia non vincerà gli Europei, e forse non è nemmeno tra le grandi favorite del torneo continentale che si svolgerà in Francia quest’estate. Per carità, da outsider la nostra nazionale ha griffato grandi quanto inaspettate vittorie (i mondiali dell’82 in Spagna o quelli del 2006 in Germania, ad esempio) oppure sfiorato imprese titaniche come battere ai rigori, in finale, il Brasile forse più forte di sempre ai mondiali statunitensi del ’94, ma questa Italia – per quanto ci si sforzi – non convince. Eppure alla guida di un gruppo compatto e combattivo vi è il miglior allenatore italiano degli ultimi cinque anni, voluto fortemente da Tavecchio per esorcizzare i fallimenti di Brasile 2014 e rifondare la nazionale sui valori di appartenenza, abnegazione, sacrificio valsi tre scudetti consecutivi alla Juventus dopo gli stenti degli immediatamente successivi a “Calciopoli”. Proprio quelle tre paroline magiche, che dovrebbero trasformare in cigno il brutto anatroccolo, la dicono lunga sull’attuale forza di una nazionale costretta a puntare tutto sul gioco di squadra per sopperire alla carenza di (anche solo un) fuoriclasse in grado di impreziosire il lavoro del collettivo e trascinare alla vittoria. Giovedì sera contro la Spagna abbiamo avuto l’ennesima riprova degli enormi limiti di questa squadra: il tridente Candreva-Pellè-Eder (34 gol in tre), tutto corsa e forza fisica, faceva il pari al centrocampo “sperimentale” (cioè con ognuno di questi ad interpretare un ruolo non suo) Florenzi-Parolo-Motta-Giaccherini; senza contare una difesa inedita con Darmian a fare il finto centrale di destra e la coppia Bonucci-Astori a fare da effettivo sbarramento agli attacchi spagnoli. Si è rivelata una gara generosa, nonostante fosse un’amichevole, ma che si è sbloccata con l’ingresso dei più esuberanti e talentuosi Insigne e Bernardeschi, capaci sì di offendere ma anche di formare la prima linea di pressing azzurra. Per il resto è stata la solita Italia di Conte: lancio lungo per il taglio degli esterni con successivo cross per l’ariete Pellè – che spesso lavora basso il pallone per favorire l’inserimento o il tiro degli esterni d’attacco o degli interni di centrocampo, triangolazioni strette a ridosso dell’area di rigore avversaria, corsa e cattiveria. Al tempo stesso però si è visto anche una difesa distratta sui cross e sui tagli di Morata ed Aduriz, oltre ad un centrocampo poco performante in fase di impostazione e decostruzione della difesa avversaria (con Thiago Motta chiaramente a disagio in quel modulo, mentre un po’ meglio ha fatto Parolo). Si trattava di un’amichevole di fine marzo, vero, ma solo a sprazzi sono emersi i punti di forza azzurri, e cioè l’intensità nelle giocate, l’atletismo, l’attenzione massimale in ogni fase del match. È lecito chiedersi pertanto come e se sarà possibile presentarsi al meglio il 13 giugno contro il Belgio dopo una stagione logorante che terminerà appena tre settimane prima con la finale di Coppa Italia tra Juventus e Milan in programma il 21 di maggio. Conte questo lo sa bene, ma i suoi appelli in tal senso sono rimasti inevasi (come la richiesta di più frequenti stage a Coverciano) e così ha deciso di ufficializzare anzitempo il suo addio alla nazionale. L’impressione è quella di una squadra sola ancor prima di cominciare il proprio cammino europeo, su cui peseranno in egual misura la miopia dei vertici FIGC e qualche errore di valutazione del suo commissario tecnico. Per uno strano gioco di parole, l’Italia è però anche “solo” una squadra, come mai povera di talenti, la cui forza risiede prevalentemente in quell’uomo – solo a sua volta – che siede in panchina. Un fallimento inconcepibile che anticipa di mesi interi i risultati sportivi che riserverà Euro2016, qualsiasi essi siano. E poi c’è ancora chi si stupisce dell’abissale divario tra noi e gli altri movimenti calcistici continentali…

 

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