fotonoticia 20151029141401 15101486019 9999Volge alla conclusione il 2015 anche in chiave elettorale: un’annata molto turbolenta a livello europeo, con gli sconvolgimenti greci e le recenti sorprese giunte da Turchia e Portogallo dopo le relative conferme pervenute da Oltremanica in primavera. Ultimo appuntamento che resta è quello di domenica 20, giorno in cui la Spagna tornerà al voto per le elezioni politiche, circa quattro anni dopo le ultime consultazioni e ad un anno o poco meno dalla vittoria di Podemos alle amministrative. Un turno elettorale posticipato dal governo fino alla penultima domenica dell’anno proprio per permettere il graduale assorbimento della novità (e quindi della portata potenzialmente devastante) del partito guidato da Pablo Iglesias Turrión.

Cos’è cambiato in questi ultimi dodici mesi? Quasi tutto, sia sul fronte interno che su quello esterno; da quest’ultimo punto di vista è stato determinante quanto avvenuto in Grecia, vista la vicinanza economica (oltreché geografica) tra la penisola iberica ed il Paese ellenico: gli arretramenti di Tsipras nella sua battaglia alla Troika hanno spento parte dell’entusiasmo creatosi verso il partito di Iglesias, il cui cavallo di battaglia era proprio la ridefinizione degli accordi europei in direzione meno germanocentrica. Nello stesso frangente, una forza storicamente legata all’ambito catalano come Ciudadanos (“Cittadini”) ha esteso i propri consensi, passando nei sondaggi dal 3% al 20%, raccogliendo parte del malcontento da cui pure Podemos aveva pescato, ma puntando su posizioni autonomiste e di moderato liberismo sociale che rendono questo partito uno strano mix tra Lega e Fare (per fermare il declino); di fatti, le due compagini storicamente egemoni (Partito Popolare e Partito Socialista) sono arretrate notevolmente, creando un quadro inedito di sostanziale “quadripolarismo” che impedisce l’entrata in Parlamento di altre formazioni (escluse piccole formazioni rappresentative delle minoranze locali e Izquierda Unida, il partito subentrato al Comunista Spagnolo).

La situazione economica è stata al centro del dibattito politico: come quattro anni fa, la Spagna è ancora uno dei Paesi più colpiti dalla crisi economica del 2008, nonostante gli indici economici siano in timido miglioramento; la disoccupazione è ancora a livelli di guardia e molti giovani spagnoli riescono a sopravvivere solo grazie all’introduzione di minijobs sul modello tedesco, ossia contratti di pochi mesi prevalentemente senza speranza di ottenere alcun rinnovo. Rajoy gode tuttavia dell’appoggio di quella parte di elettorato che ha sofferto meno il peso della depressione, ed è tanto sicuro di poter ottenere la maggioranza relativa in Parlamento da aver evitato i confronti televisivi con gli altri candidati; dibattiti che sono stati vinti, secondo gran parte della stampa, da Iglesias, capace di rivitalizzare Podemos riportandolo, nei sondaggi, quasi ai livelli di un anno fa.

La legge elettorale spagnola impedisce qualsiasi tipo di previsione: il sistema di microcollegi ricorda molto l’Italicum, ma non è retto da un premio di maggioranza; motivo per cui molti seggi potrebbero consegnare maggioranze molto diverse dal dato nazionale di riferimento. In generale, tutte le agenzie di analisi sono d’accordo nel ritenere praticamente impossibile la formazione di una chiara maggioranza di governo (scenario relativamente strano per la democrazia bipolare spagnola) e tutti gli attori in gioco sanno di dover ottenere il miglior risultato possibile per poi giocarsi le proprie fiches sul tavolo delle trattative post-elettorali; Rajoy ha provato la carta dell’avvelenamento dei pozzi altrui, confermando che esiste l’opzione di un accordo di governo stabile con Ciudadanos (un’operazione che può aver tolto qualche consenso alla formazione di Rivera, tra coloro che non vedono di buon occhio un futuro esecutivo con il Partito Popolare); per parte sua, il leader di Ciudadanos afferma che non entrerà in nessun governo che non sia da lui stesso presieduto (di fatto, tagliando la strada anche ad una possibile alleanza con il PSOE – scenario che appare oggi, nonostante tutto, il più probabile).

Difficile stabilire cosa possa accadere: un peso ulteriore potrebbe avere anche l’aggressione a Rajoy da parte di un diciassettenne galiziano, un possibile toccasana per la campagna elettorale del premier in carica. Se c’è una cosa, tuttavia, che il 2015 ci ha insegnato è che le urne difficilmente confermano le previsioni dei sondaggi: dunque, non resta che attendere domenica sera (e le probabili trattative dei giorni successivi).

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