“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”. Queste le parole che il 12 giugno scorso hanno gettato nella bufera Umberto Eco, reo di aver sdoganato il concetto di “imbecillità 2.0”, cioè il male da cui è affetto l’utente medio di internet (alias, “il leone da tastiera”). Ci va giù pesante il premio Nobel, provocando, ammiccando, argomentando, definendo internet come figlia naturale di un certo tipo di televisione che a suo tempo promosse “lo scemo del villaggio a portatore di verità”. Non serve altro: al popolino della rete basta questo per sentirsi indignados per un giorno (che fa tanto trend ma anche un po’ cheap) e scatenarsi nella pubblicazione di ashtag, post apocalittico-intimidatori, citazioni tanto incisive quanto decontestualizzate, interazioni, condivisioni, invettive di 140 caratteri (profonde e dense di significato, non mi permetterei mai!), fotoritocchi, meme… Ecco, ciò che manca agli imbecilli 2.0 evidentemente non è il tempo. Viene da chiedersi perché non l’abbiano utilizzato meglio, questo tempo, andando ad ascoltare tutto l’intervento di Eco, il cui migliore affondo è senza dubbio la denuncia del “problema critico” posto dalla rete e dal suo perenne flusso informativo. Touché. Etichettato come sommo sacerdote del conservatorismo cartaceo o esempio fulgido dell’illuminata, settaria, autoreferenziale, esclusivista casta intellettuale italiana, incapace di rinnovare se stessa e il Paese, l’autore de “Il nome della Rosa” pone invece un problema serissimo e che pare essere sfuggito ai più: l’approccio acritico ai contenuti virtuali genera una massa di opinioni che nel marasma cibernetico acquisiscono la forza necessaria per incidere su fenomeni sociali di ampia scala, influenzando (limitatamente) i governi, orientando le scelte di partiti (qui in Italia siamo campioni di specialità), relegando magari chi promuove il conflitto dialettico al rango di “criticoni”, “gufi”, “ottuagenari decrepiti con un piede e mezzo nella fossa”. Il tutto senza muovere un dito (se non sulla tastiera, ovvio!). Se avessero il minimo sentore del potere che possiedono quei messaggi lanciati così avventatamente sulla rete, questi novelli fautori della e-democracy in realtà starebbero più attenti. Tuttavia, e qui torniamo al messaggio di Eco, essi promuovono inconsapevolmente il decadimento della democrazia in oclocrazia (“governo della massa”) in una sorta di anaciclosi che lo storico greco Polibio aveva già studiato ed elaborato secoli addietro. Credendosi dei purosangue dell’invettiva, l’abuso dei social come sfiatatoio acritico li rende più simili a gamberi che sulla strada del miglioramento personale e collettivo compiono un passo in avanti facendone però due indietro. Lungi questo umile articolo possa fungere da redenzione per questi prodi censori dei metadati della rete – non ne avrebbe la forza – ma una riflessione è d’obbligo: avete toppato, anche stavolta, e potevate farne a meno, come sempre, con un minimo di attenzione in più. La libertà è partecipazione, vero, ma prima di tutto va onorata e rispettata; come si dovrebbe rispettare un interlocutore (che non potrà rispondervi uno ad uno, e questo un po’ vigliacchi vi rende), soprattutto se della statura dell’intellettuale in parola. Scommetto che lui si sarà sicuramente un po’ dispiaciuto nel veder confermata la sua teoria. Non crucciarti, Umberto: già Musil si era scontrato con questa amara verità, e ne “L’uomo senza qualità” si arrende affermando che “la gente mediocre è quella gente il cui spirito si eccita ma non sa creare nulla, e nutre anche il desiderio di rappresentarsi!”. Non crucciarti, però, soprattutto perché in poco tempo sei diventato troppo mainstream, mentre i prossimi topic guardano già ad altri personaggi da impallinare per riscattare vite troppo spesso grigie e ammalate di superbo provincialismo. Come vedi non hanno creato nulla, nemmeno stavolta.

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