orenzo guerini debora 295573L’Italicum diventa sempre più il tema su cui antiche e recenti divisioni tra correnti all’interno del PD rischiano di esplodere, mettendo in pericolo la stessa tenuta del partito di Renzi; nell’assemblea dei deputati lo scontro potrebbe deflagrare, sancendo la scelta della minoranza di non votare la nuova legge elettorale (e mettendo in pericolo la stessa tenuta del governo, con il primo ministro pronto a calcare la mano minacciando dimissioni – e conseguenti nuove elezioni – per far leva sulla paura di perdere il seggio, ben diffusa tra i parlamentari dem).

Non è questo il luogo per discutere sulla legittimità costituzionale dell’eventuale fiducia che il Governo potrebbe porre sulla legge elettorale, né delle pecche evidenti di una legge che riprende tutti i punti criticabili del Porcellum e ne aggiunge altri non meno opinabili, annacquando il tutto con un ballottaggio finale che favorisce anche il Movimento 5 Stelle (motivo per cui i grillini tacciono, sperando con forza di poter contare su questa legge nel 2018).

Quello che andrebbe messo in evidenza, invece, è lo spirito con cui questa legge è stata scritta, le motivazioni profonde che spesso emergono con prepotenza dalle interviste rilasciate dalle cariche più alte del Partito e del governo.

Proprio ieri, Lorenzo Guerini – vice-segretario del PD – ha sostenuto la validità della legge, grazie anche al “premio alla lista, con il quale sarà possibile garantire la governabilità e la semplificazione del quadro politico”. Tradotto dal politichese: premiando solo il partito più votato con un’enormità di seggi in più, si spingono tutte le forze politiche a convogliare i propri consensi verso i principali poli, unendosi in macropartiti capaci di ambire al primato – e penalizzando, dunque, le compagini minoritarie che scelgono di mantenere ferma la propria identità.

Questa impostazione gueriniana presuppone per veri due concetti: innanzitutto, che la semplificazione del quadro politico costituisca “in sé” un bene. Ipotesi quanto meno azzardata, tenendo presente il fatto che le democrazie di quasi tutti i Paesi mitteleuropei e di tutti i Paesi scandinavi sono caratterizzate da una forte frammentazione partitica, eppure dimostrano di funzionare più che correttamente.

Il secondo è, se vogliamo, ancora più grave nelle sue implicazioni: ossia, Guerini dimostra di essere tuttora convinto – come Veltroni, Mattarella ed altri prima di loro – che, cambiando le “regole del gioco”, sia possibile cambiare i meccanismi della rappresentanza politica; invertendo, di fatto, i termini di un rapporto storicamente dato. I sistemi elettorali, infatti, da sempre sono costruiti in modo da garantire il maggior grado possibile di adesione, tra la composizione socio-politica dell’elettorato e la compagine di eletti scelta per rappresentarli: i sistemi fondati su un’accesa divisione tra blocchi sociali sono quasi sempre regolati con leggi più o meno proporzionali; mentre, maggiore è l’armonia tra i gruppi e più alta sarà la probabilità che la scelta dei parlamentari sia effettuata con il maggioritario – così come avviene in Inghilterra e Francia. E’ la legge – e la struttura dei partiti – ad adeguarsi al tessuto sociale; non il contrario, come si è ritenuto all’atto di fondazione del PD, quando tradizioni completamente differenti per cultura e convinzioni furono messe, d’un colpo, sotto lo stesso tetto.

Guerini, con le sue affermazioni di ieri, dimostra di vivere ancora pienamente in questo equivoco, convinto com’è che sia necessario plasmare gli elettori sulla base delle necessità dei partiti; operazione che, dal suo punto di vista, risulta comprensibilmente più semplice di quella opposta – che, tuttavia, resta quella ipoteticamente più corretta.

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