“There’s someone in my head but it’s not me
And if the cloud bursts, thunder in your ear
You shout and no one seems to hear
And if the band yuo’ re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon”

“C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io
E se la nuvola esplode, tuona nelle tue orecchie
Gridi e nessuno sembra sentirti
E se la tua band comincia a suonare canzoni diverse
Ti vedrò sul lato oscuro della luna”

Il 23 marzo del 1973 veniva distribuito nei circuiti inglesi il più celebre album dei Pink Floyd, il capolavoro assoluto che, negli anni a seguire, creò un’incredibile legione di appassionati in tutto il mondo, attratti da sonorità sperimentali e ancora oggi innovative: The Dark Side Of The Moon.
Il disco rappresenta l’ opera di transizione per il gruppo britannico, dal passato legato alla figura del genio folle di Syd Barrett e alle incursioni nel regno della psichedelia, ad un presente più ragionato, dove la comunicazione è affidata a testi più immediati ed empatici e la musica appare meno dipendente dall’ossessiva ricerca di improvvisazione.

The Dark Side è il primo concept album in senso stretto per il gruppo che, affidandosi al genio compositivo di Roger Waters, desiderava un contatto più diretto con il pubblico, superando le inevitabili barriere che, alla lunga, rischiano di ergersi tra l’ascoltatore e musicisti tecnicamente formidabili. Così, venne scelto un tema generale al quale tutti i brani del disco sarebbero stati legati. Le canzoni avrebbero dovuto trattare, in varie forme e accezioni, dei lati oscuri dell’essere umano, quelle sensazioni e idee “scomode” che, spesso, vengono represse dinanzi agli altri o, nel peggiore dei casi, vengono frenate e controllate dalle istituzioni e dai detentori del potere.

Questo significato ci viene subito offerto dalla copertina, disegnata dallo studio grafico Hipgnosis, che, in seguito, diventerà talmente celebre da venir ingaggiato da artisti del calibro di Yes, Genesis, Led Zeppelin, Ufo. Non una semplice copertina, insomma, ma un modo per prepararci, tramite un’immagine semplice, ma al contempo suggestiva, all’ascolto; uno dei primissimi casi nella musica rock di copertina “comunicativa”.
Questo prisma triangolare su un minaccioso sfondo nero riceve un sottile fascio di luce, per poi dividerlo nelle sue componenti spettrali. Ed è questo ciò che l’album vuole fare con la mente umana: scomporre l’apparente unità di pensiero nella miriade di aspetti, per la maggior parte contradditori, che lo compongono.

Il disco inizia e termina con una serie di inquietanti batti cardiaci, a rappresentare il ciclo della vita umana. “Speak to Me” raggiunge il suo massimo di distorsione e, in questo climax dal sapore psichedelico, cede il posto al primo vero e proprio brano, “Breathe”, un avvertimento a non cedere a futilità che, alla lunga, potrebbero rendere concreto lo spettro della follia. Dopo la notevole intro, in cui si avverte la profonda influenza del nuovo tecnico del suono Alan Parson, grande ricercatore di musica concreta e concettuale, è la volta di uno dei brani più famosi dell’intera discografia floydiana. “Time” è caratterizzato da una lunga introduzione di ticchettii di orologi, bruscamente interrotte dal fragore di sveglie e orologi; il tutto accompagnato da lunghe note di basso e improvvisazioni al pianoforte elettrico. È un inno contro la condizione di molti giovani che, consapevoli di avere ancora molto tempo dinanzi a sé, sprecano gli istanti migliori della propria vita, lasciando scivolare via il tempo, lento ma inesorabile, come un rubinetto che perde un’unica goccia d’acqua per volta. Quando ci accorgeremo di essere invecchiati, sarà ormai troppo tardi
“Sopravvivere in una quieta disperazione è il modo all’inglese/ Il tempo è andato, la canzone è finita, pensavo di dover dire qualcosa di più”
C’è spazio nel disco anche per le critiche agli aspetti più mondani della vita, come il consumismo e l’avidità, in “Money”, forse il brano di maggior successo commerciale della band. Il brano si apre con suoni di registratori di casse e monete ticchettanti, opportunamente loopati in maniera da scandire un tempo in 7/4, sui cui si dipana uno dei più celebri giri di basso di tutti i tempi. Il brano sfuma in un organo che fa da collante con la successiva “Us And Them”, un brano decisamente più calmo e onirico, introdotto da un lungo tappeto di organo Hammond, che si scaglia contro le guerre e il tentativo dei potenti di farci apparire come nemici gli appartenenti ad altre etnie.
“Noi e loro/ E dopo tutto siamo solo uomini comuni”. Il brano è anche famoso per l’assolo di sassofono di Dick Parry, uno dei più apprezzati nell’intera discografia dei Pink Floyd.
Questa omologazione di pensiero non può far altro che condurre l’uomo alla pazzia, come avviene per il protagonista di Brain Damage, la cui malattia mentale è il frutto dell’errata scala di valori che si è costruito.
Tuttavia, “Brain Damage” ha, nell’ultima strofa, anche un’altra interpretazione, forse ancora più amara se la si associa ad un caso reale.
“E se la tua band comincia a suonare canzoni diverse/ Ti vedrò sul lato oscuro della luna”
È sicuramente un invito a tenere conto delle differenze tra gli uomini che vengono oscurate come lo è il sole dal momentaneo passaggio della luna, ma è anche un saluto all’anima tormentata dell’ex membro Syd Barrett. Il “diamante pazzo”, dopo due album da solista, si era ritirato a soli 25 anni in un progressivo isolamento che lo avrebbe condotto alla morte per tumore al pancreas in un ospedale di Cambridge, dimenticato da tutti, ma non dai suoi compagni di avventura musicale.
“Shine on you crazy diamond”

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