Marcello Gobbi

Marcello GobbiCi sono le così dette orecchie da mercanti, cioè quelli che non ti filano proprio, poi quelli che invece ti ascoltano e vogliono comprenderti. Spesso, però, la comprensione di talune persone è una strana forma di reverenza, sudditanza nella sua volgarizzazione, mentre vendo le mie parole a fiato. Come a un plebiscito, se ti fai comprendere sei considerato normale, nel caso contrario ti prendono per un problematico, uno che critica sempre ed è troppo severo col mondo, che vive a parte, nella sua oasi incantata con le sue fantasmagoriche idee, e che crede di avere la verità in tasca. A volte devo anche subirmi epiteti, pronunciati con una certa repentinità, come “o’filosofo”, “o’ fissato”, oppure espressioni che mi tagliuzzano come carne da macello, del tipo “te ne vai per astrazioni”, “non facciamo filosofia”, “siamo più concreti”. Ingenua stupidità, ma è anche vero, d’altro canto, che non ho mai voluto trovarmi nella posizione scomoda di colpevolizzarli. Vigliaccheria? No. Anche la pigrizia d’animo dei molti è fonte di conoscenza.

Ovviamente questa gente – che brancola a gruppi, sparsi qua e là, nel buio della loro mente – non è abituata, né tanto meno educata, a mettere in discussione ciò che si considera palese, evidente, di comune accordo, spesso identificato come una moda o un’usanza, comunque un fenomeno nella norma – o “normalizzato”. Davvero un brutto vizio di forma, un vezzo di questi tempi.

Qualcuno scriveva che la comprensione è una forma di utopia, della stessa natura dei sogni. È un fantasma che deve essere perseguito perché le nostre azioni possano materializzarlo. Come insegnano i grandi sofisti del passato, nel linguaggio il mezzo non sembra essere tanto il contenuto, quanto invece l’espressività. Essa, l’espressività, è la vera matrice di un dialogo che si instaura tra due o più persone, senza perdere di vista l’oggetto della discussione. Non solo persuasiva, offre all’individuo un cosmo di possibilità linguistiche, intreccia immaginazione e conoscenza, consente all’essere umano di avvicinarsi il più possibile all’insondabile, ovvero all’arte, alla poesia, in un rapporto intimo col proprio sé, univoco e metaforico. Le parole diventano velieri che solcano i mari non più di una chiacchierata, ma di in una vera argomentazione, magari articolata con competenza, sigillando col mondo un patto, una familiarità quasi fraterna. Oserei dire, sacrale.   

Tutto questo, per ovvie ragioni, è condizionale alle potenzialità di ognuno. Parliamoci chiaramente: c’è chi può, chi in parte, e chi non può. Nel mio breve e mediocre percorso di vita, tra quelli che mi sembravano impossibilitati per un evidente analfabetismo, ho riscontrato in alcuni di essi una notevole curiosità e predisposizione, grazie a quella formidabile arma che ci accomuna, ossia il dialetto. I popolani delle vecchie borgate di Napoli, quei posti dimenticati dagli apostoli di ogni setta e dottrina religiosa, sono una parentesi, un qualcosa in sospeso, uno spiraglio di luce che illumina, e mi fa varcare, il corridoio buio e tortuoso della fratellanza.  

Molti, invece, non mi fanno più nemmeno incazzare Marcello Gobbi– eccetto determinati casi, riducendomi a nutrire una specie di arrendevolezza. Nonostante veda affiorare una notevole preparazione, figlia comunque di un volontarismo accademico da universitari, la loro compostezza nel ridurre la capacità espressiva in un vocabolario di una decina di pagine, con parole rinchiuse in un reticolato fatto di stereotipi e luoghi comuni, mentre dettano ragionamenti tranquillamente riciclabili come il solito e nauseante tormentone estivo, o addirittura che necessitano di continuo dell’appoggio delle amiche o del fidanzatino, con un alfabeto figlio delle play-list o dei rotocalchi di MTV – tutto questo mi fa venir voglia di chiedere scusa.

Si, di scusarmi con questa gente se non sono come loro, se denuncio, a voce o scrivendo, questa vita che sembra una rappresaglia, che ci detiene in uno stato ferino, dimenticandoci di esser uomini.  

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Giovanni Tuberosa è il Direttore Responsabile di Social, ingegnere elettronico, Consigliere Comunale e maker nell’animo. Gestisce il Fablab Olivetti di Succivo, un progetto sperimentale auto sostenibile per rilanciare la cultura, il lavoro e le eccellenze del Made in Italy, soprattutto intellettuali. Si definisce un lavoratore, un innovatore e crede fortemente nella filosofia olivettiana del lavoro e della società.

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