Inégalités FNIn Francia, la destra ha vinto le elezioni. Inutile girarci attorno. Un risultato atteso, forse non nelle dimensioni con cui si è rivelato, ma del quale nessuno s’è sorpreso particolarmente. L’UMP di Sarkozy guadagna 28 dipartimenti e ne perde uno solo, chiudendo la tornata con uno score terrificante di 66 a 34 sul Partito Socialista del presidente Hollande. Impressionante il risultato del Front National, partito più votato al primo turno con il 25%, che non riesce a portare a casa nessun dipartimento solo per la particolare legge elettorale francese, basata sul doppio turno.

Qualcuno si spinge già a parlare di tripolarismo alla francese, situazione sostanzialmente non dissimile da quella italiana del 2013, con tre blocchi che vanno bilanciandosi – con la non trascurabile differenza che qui il Movimento 5 Stelle si differenzia di molto dai toni vagamente xenofobi ed apertamente antieuropei del FN.

Un’immagine ha catturato la mia attenzione, mentre mi informavo sui risultati poc’anzi elencati. Ed è questa, tratta dal sito franceculture.com, dove sono messi a confronto i dati elettorali del Front National (a sinistra) e quelli delle disuguaglianze (a destra, dove sono rappresentati da azzurro a rosso scuro a seconda del grado di “ampiezza” della forbice sociale).

Due immagini praticamente identiche, quasi sovrapponibili (l’eccezione più evidente è quella dell’ Ile-de-France, la regione di Parigi, roccaforte dei socialisti). Per gli analisti del sito francese, la chiave di lettura è da cercare nel profilo dell’elettore-medio del FN: solitamente, un cittadino che non se la passa malissimo, che però assiste impaurito alle disuguaglianze che lo circondano e teme di sprofondare al livello più basso della scala sociale.
Ammettendo per buona questa tesi, il voto al FN si distinguerebbe sia dal voto anti-immigrazione (le zone a più alta concentrazione di immigrati non corrispondono necessariamente a quelle dove maggiori sono le disparità sociali) a cui la Lega sembra puntare con sempre più insistenza; sia dal voto anti-sistema, su cui il Movimento 5 Stelle ha dimostrato di puntare da qualche anno a questa parte.

D’altro canto, appare evidente come lo spread economico tra i cittadini – più di tanti altri fattori, come, appunto, l’immigrazione – sia capace di toccare nel profondo le scelte collettive dei cittadini di un Paese che pur soffre ben più di noi il problema dell’integrazione. Sintomo del fatto che, senza un’adeguata politica di sostegno delle fasce più deboli – o senza una forza politica capace di farsene carico, prescindendo da devianze xenofobe, vedi Podemos in Spagna e Syriza in Grecia – il destino si profila roseo per chi, come la Lega di Salvini, promette soluzioni semplici a problemi, in effetti, quasi inestricabili.

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