Che posto occupa la legge sulle unioni civili nel complessivo panorama politico italiano? Dando per scontato che essa possa giustamente ritenersi una pagina storica per il nostro Paese (che finora aveva riconosciuto pochi e sparuti diritti alle coppie dello stesso sesso, perlopiù in via giurisprudenziale) e che solo col tempo riusciremo a comprendere se si sia trattato di un punto d’arrivo o di partenza (come giustamente sottolinea oggi Alessandro Gilioli sul suo blog), il significato politico di una mossa simile da parte del governo Renzi è sicuramente da cogliersi in relazione alle prossime elezioni amministrative.

Tocca citarci: lo scorso 23 luglio, così scrivevamo riguardo l’ipotesi di una legge per le unioni civili: “Ciò non vuol dire che Renzi non possa, effettivamente, far approvare la legge sulle coppie di fatto entro la legislatura; ci sentiamo, però, di prevedere che questo avverrà (se avverrà) solo in caso di una pesante flessione nella fiducia verso il governo: in tal caso, un intervento su un tema così bistrattato potrebbe fungere da nuova linfa e permettere al primo ministro di presentarsi al proprio elettorato con lo scalpo di Giovanardi”. Ed è questo quel che è successo: alla vigilia del passaggio delicatissimo dalle urne delle principali città dello Stivale, il governo ha ripreso una battaglia storica della sinistra minoritaria (quella ex Ds, per capirci, fortemente laica e in qualche caso anche anticlericale) e ha dimostrato di poterla portare a termine, con un messaggio forte come quello del voto di fiducia posto alla Camera.

Voto di fiducia inutile, in sostanza, vista la schiacciante maggioranza (a differenza di quel che avvenne al Senato, dove senza non sarebbe passata la legge, probabilmente); utile, però, a mettere il cappello su una misura che sarà il leit motiv di un’intera campagna elettorale in cui il Pd parte in svantaggio praticamente ovunque, anche (ma non solo) per l’abbandono progressivo di quell’elettorato storicamente di sinistra che, appunto, era il target mediatico di questo provvedimento. Dopo i vari #ciaone e #rosiconi attribuiti agli elettori recatisi alle urne per votare contro le trivelle lo scorso 17 aprile, Renzi e i suoi hanno capito che è necessario far pace con quell’elettorato, perché senza di esso le probabilità di perdere Napoli, Torino, Milano e Roma si fanno altissime.

Lungi dall’essere una prova di forza, questo provvedimento denota la debolezza di un esecutivo chiamato al fondamentale passaggio del referendum di ottobre; un appuntamento a cui Renzi non vuole presentarsi con l’onta di una sconfitta clamorosa alle amministrative; potrebbe essere troppo tardi, tuttavia.

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