Il Premio Nobel per la Letteratura, che Salvatore Quasimodo vinse nel 1959, è stato venduto presso la casa d’asta Bolaffi di Torino, il pomeriggio del 2 Dicembre.
La decisione di voler vendere la prestigiosa medaglia, è stata presa dal figlio del poeta, Alessandro Quasimodo.
L’ambito Premio è stato aggiudicato ad un collezionista fiorentino di medaglie e monete per 100mila euro.
Gli amanti della letteratura temevano che il Premio potesse essere assegnato ad un acquirente straniero; il timore di perdere un oggetto così prezioso appartenente ad un autore italiano che, con la sua bravura, ha dato un contributo sostanziale al panorama culturale della nostra Nazione, ha sollevato una serie di polemiche.

Non è per niente chiaro il motivo per cui Alessandro Quasimodo abbia deciso di vendere un pezzo così importante e di inestimabile valore.
Molti ritengono che la causa sia legata a problemi economici, altri invece, credono che il figlio del poeta abbia voluto compiere un gesto altruistico condividendo questo Premio per amore della cultura e, infine, altri presumono che la medaglia sia stata venduta perché Alessandro Quasimodo temeva un eventuale rapimento a causa della sua senilità.
Tutti (o quasi tutti) abbiamo conosciuto tra i banchi di scuola Salvatore Quasimodo e i suoi famosissimi versi di “Ed è subito sera”.
Oltre ad essere un poeta italiano di grande rilievo dell’ermetismo, fu anche traduttore di testi classici e di opere teatrali di Shakespeare e altri.

Le sue poesie sono un flusso di coscienza morale, perché all’interno di esse ritroviamo temi come la condizione esistenziale del poeta, l’amore e inoltre alcune descrizioni di paesaggi.
Oggi, in occasione di quest’articolo dedicato alla vendita del suo Premio Nobel, abbiamo stilato cinque delle sue poesie più belle.

Leggetele attentamente e riflettete sulla purezza dei suoi versi.

SPECCHIO
Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul fosso.
E tutto sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

GIÀ LA PIOGGIA È CON NOI
Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.
Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

FORSE IL CUORE
Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

IO MI CRESCO UN MALE
Grato respiro una radice
esprime d’albero corrotto:
io mi cresco un male
da vivo che a mutare
ne soffre anche la carne.

POESIA D’AMORE
Il vento vacilla esaltato e porta
foglie sugli alberi del Parco,
l’erba è già intorno
alle mura del Castello, i barconi
di sabbia filano sul Naviglio Grande.
Irritante, scardinato, è un giorno
che torna dal gelo come un altro,
procede, vuole. Ma ci sei tu e non hai limiti:
violenta allora l’immobile morte
e prepara il nostro letto di vivi.

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