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Non amo più scrivere sul profilo Facebook. Lo trovo patetico, presuntuoso, capace solo di suscitare pietismo. Una volta lo facevo, con un certo gusto e spavalderia, ma adesso non più. Anche perché mi è del tutto inutile.

Ho cominciato a eliminare (s’intende quell’eliminazione circoscritta da un click) tutte quelle persone che reputavo “amici” solo perché un determinato format mi obbligava a ritenerle tali, mentre un certo trend poteva permetterti una strana forma di notorietà se caricavi la tua arma profilo con cinquemila pallettoni a forma di facce che non avevi mai conosciuto. Nella maggior parte dei casi, esseri umani di cui, con tutta probabilità, non rimpiangi alcun momento passato insieme, ma solo qualche chiacchiera fuori a un bar, un incontro, un presidio, una frase detta male, o un litigio per chissà quale cazzata.

La gente non vive di luoghi comuni, ma li mastica. Anche se questa nozione di luogo comune deve essere riveduta. Personalmente non credo che esista ancora qualcosa di comune intorno a noi. Questi luoghi mi sembrano, piuttosto, delle mappe intime, spazi formali e referenziali nelle quali le persone costruiscono la propria immagine, fabbricano la propria personalità, nutrono le proprie convinzioni e i mostri che si portano dentro, cucendosi addosso degli slogan molto più facili d’accettare, anche se la strada della persuasione non è quella di una maggiore consapevolezza.

L’avatar, ad esempio, o il suddetto profilo, sono gli aspetti più semplici di un fenomeno paradigmatico, di una portata ben più ampia. Siamo totalmente circondati da fenomeni modaioli, prima indotti (pubblicità, video sulla rete, notiziari), garantendo in questo modo il gesto fondativo della tendenza, che di per sé non ha nulla di naturale, e stabilendo un trend; poi sono strumenti di manipolazione, nel senso che fungono prima come collanti sociali, poi occhialini per comprendere in che modo si muova l’opinione pubblica. Del resto la cosa è risaputa, visto che gli esseri umani vivono e crescono, fin dall’infanzia, attraverso processi imitativi.  

Ciò che deve essere problematizzato non è tanto la curiosità feticistica di milioni di persone che vanno a guardare You Tube per il gusto necrofilo di vedere decapitato un innocente, quanto, piuttosto, accorgersi che tali fenomeni si ripetano sistematicamente, in quella che apparentemente sembra essere, ai molti, una tendenza ordinaria (perché all’ordine del giorno) e naturale, nel senso che tutto ciò accade perché deve accadere.

Non è la prima volta che un determinato dovere morale arrivi direttamente dal governo, aprioristicamente ritenuto come il più giusto, o che per giustificarsi offre la rappresentazione oggettiva e razionale di un nemico, che ha come obiettivo quello di distruggere il nostro ordine sociale. Al momento non voglio che sappiate cosa ne penso veramente su questo punto, per poi confondervi le idee. Vorrei solo che riflettiate sugli effetti sociali che tali fenomeni, propinati dai mezzi di comunicazione, in modo così invadente e lassista, possano creare.

L’uomo vive esclusivamente di narrazioni. La sua vita contiene innumerevoli storie, e non può fare a meno di raccontare ciò che gli accade. Si racconta ciò per cui vale la pena di vivere, di essere felici o di soffrire. Quando raccontiamo, siamo anche convinti di ciò che ci spinge a farlo, come se fosse l’esplicazione orale di un sentimento intimo e profondo. In questo scenario, però, la narrazione dei fatti è capace prepotentemente di orientare l’opinione pubblica. Il racconto della crociata contro l’Occidente di alcuni fanatici islamisti, o l’onda di razzismo che ha travolto innumerevoli extracomunitari rimasti bloccati fuori alle porte di Ventimiglia, sono avvenimenti che non possono lasciarci interdetti su quest’aspetto. In altre parole la fondazione di un sistema di credenze, un’ideologia che non conosce alcuna regola se non quella puramente narcisistica che alimenta il credo dei suoi discepoli. Cos’è stata l’ideologia, nel secolo scorso, se non una delle più grandi storie di salvezza del genere umano?

Ogni momento storico è fatto di blocchi ideologici che si scontrano, di una dialettica conflittuale e violenta. Credo, però, che in questi casi il rischio più grande sia di mandare in corto circuito il sogno secolare della tolleranza, della compassione, della cultura dell’integrità e del rispetto reciproco, alimentando l’insicurezza, la sfiducia negli altri, e la paranoia dell’alterità.

Il fenomeno è in fibrillazione e potrebbe scoppiare da un momento all’altro. Io lo sento, e credo che stia ovunque. È epidermico, capillare, progressivo ma anche silenzioso.

È un nemico che non si nasconde mai.

I musulmani, l’Islam e gli extracomunitari di Ventimiglia stanno tutti lì. Lì dove stai tu.

Si con te.

Te li porti dentro e non lo sai. 

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