Eruzione del Vesuvio del 1944

“Ecco il Vesuvio, poc’anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli dèi che fosse stato loro consentito d’esercitare qui tanto potere”.

Fu il poeta romano Marco Valerio Marziale a scrivere questi versi, facendo richiamo all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., quando tutto giaceva sommerso dalle fiamme, quando furono distrutte intere città.
Gli incendi avvenuti sul Vesuvio negli ultimi giorni hanno creato un’atmosfera infernale, uno scenario a cui non eravamo abituati, e alla cui vista abbiamo pensato al peggio: il fumo copre la vista del vulcano e si innalza in cielo come se fosse in corso un’eruzione. L’immagine della cartolina è stata strappata in due, e questa volta la natura non ha colpe, anche se il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, arrivato in città, ha detto che dobbiamo parlare di più dei cambiamenti climatici, dimenticandosi che questi sono tutti roghi dolosi, come ha evidenziato il generale dei Carabinieri forestali della Campania Sergio Costa.
Il fuoco appiccato dalla mano criminale, e probabilmente camorristica, ha generato un’aria irrespirabile, ha ridotto a cenere più di 100 ettari del Parco Nazionale del Vesuvio; sono state bloccate le attività turistiche, evacuati ristoranti e abitazioni. Colpito dalle fiamme anche il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, l’Osservatorio Vesuviano, fondato nel 1841 dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone.
Il dolore di queste ore viene strumentalizzato dalle fake news, dai “giornali” acchiappa click, e così si dà il via alla disinformazione: dall’arresto di un piromane che avrebbe causato l’incendio, di cui però ovviamente non viene fornito il nome, ai gatti bruciati vivi per generare il disastro ambientale, fino alle foto dei Vigili del Fuoco stesi a terra, tra cui compaiono le stesse condivise sui social prima ancora dei roghi sul Vesuvio.
Quando si verificano calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo che devono essere fronteggiati nell’immediato e con mezzi straordinari, si dichiara lo stato di emergenza nazionale (o anche comunale, regionale), stanziando i fondi necessari per l’intervento: sono giorni però che le fiamme divampano in Campania, Sicilia, Puglia, anche a Roma, eppure questa necessità sembra non esserci per le istituzioni governative. Non ci sono i soldi? Non c’è stato alcun morto, quindi va bene così? Intanto nei prossimi giorni, nell’area del Vesuvio, sarà aumentata la presenza dei militari che avranno una funzione preventiva, ciò è quanto emerge dal Comitato per l’ordine e la sicurezza.
Potrebbero arrivare a scontare vent’anni di carcere i colpevoli di questo disastro, ma a prescindere dalle condanne, fase ultima della questione, è necessario arrivare alla verità, a capire il perché sia stato fatto.
Sembra ormai retorica, banalità, populismo, affermare che c’è un profondo silenzio istituzionale e soprattutto un’incapacità di affrontare le emergenze, ma non lo è, perché dovremmo essere il paese della solidarietà, dell’uguaglianza, ma questi valori restano scritti, mai diventano concreti, e se il Sud intero brucia, gli altri, i politici, se ne fanno una ragione.
La massima indignazione arriva invece dai cittadini, che si sentono dimenticati ancora una volta, costretti a restare chiusi in casa per provare a lasciare fuori la puzza di bruciato, ma già pronti per organizzare manifestazioni, incontri, cortei. Non lasceranno fuori la fame di giustizia, di verità, e soprattutto l’amore per quella terra che cantava Pino Daniele, quella terra dove è triste, è amaro, sedersi a guardare tutte le cose e tutte le parole ca niente pònno fa’.

Ph. Vinny De Luca

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