Chi ha vinto le elezioni in Gran Bretagna?

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La scommessa di Theresa May è fallita: alle contrattazioni per la Brexit non si presenterà un governo Tory più forte. Tutt’altro, anzi, visto il risultato delle elezioni svoltesi ieri; i risultati, ormai definitivi, consegnano un Paese più diviso, più bipolare di prima; ed un Parlamento spaccato in due, con pochi margini per una maggioranza stabile.

Ha perso la May, dunque, pur migliorando di due milioni di voti il risultato ottenuto da Cameron due anni fa; il saldo parla di ben 12 parlamentari tories in meno, che sarebbero stati decisivi per la conservazione della maggioranza assoluta (passano, infatti, da 330 a 318, con il quorum fissato a 326). Ha perso la sua speranza di consolidare la sua leadership, ha perso volendo capitalizzare il vantaggio promessole dai sondaggisti fino a due mesi fa. Per consuetudine, il leader del principale partito britannico è investito dalla Regina dell’incarico di formare un governo; non è scontato che la May conservi la leadership, dopo un risultato simile (già si vocifera,in questo senso, di un possibile governo Johnson).

Ha perso l’Ukip, il partito che più si era reso protagonista nella fase pre-Brexit e poi scioltosi al sole con l’abbandono di Nigel Farage. Ha pagato, in questo senso, lo scotto di un’uscita dall’Europa ancora non metabolizzata, fungendo da parafulmine per le altre forze populiste che pure l’avevano sostenuta. Sarà interessante capire dov’è finito il 10 per cento che aveva votato Ukip due anni fa, con l’analisi dei flussi elettorali; per il momento, possiamo limitarci a constatare come abbia il labour abbia conquistato molti dei seggi dove gli indipendentisti risultavano forti.

Ha perso, ancora, il Partito Nazionale Scozzese, che aveva fatto en plein in patria alle precedenti elezioni. Chiude con una ventina di seggi in meno ed un generale calo in termini percentuali: una pesante battuta d’arresto per Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese che aveva visto in queste elezioni un trampolino per rilanciare l’ipotesi di una Scoxit.

Ha vinto, invece, la coraggiosa resistenza di Jeremy Corbyn. Bistrattato dagli oppositori interni (Blair su tutti), chiamato a riconfermare la propria leadership interna dopo nemmeno un anno dal precedente congresso, tirato per la giacca da chi lo considerava “troppo di sinistra”, Corbyn ha condotto una campagna elettorale per molti versi stupefacente, colmando un gap dai tories che era quantificato in 24 punti appena due mesi fa (alla fine sono solo 2 i punti percentuali tra i due principali partiti). Corbyn stravince tra i giovani (63% delle preferenze degli under 30 sono andate ai lab), vince dove prima sfondava l’Ukip (riuscendo a proporsi come alternativa radicale ma più credibile degli indipendentisti). Sotto la sua guida, il partito laburista torna ad essere il più votato d’Europa, tra quelli facenti parte del Partito Socialista Europeo, smentendo le campane di morte che lo volevano già in dissoluzione: tre milioni e mezzo di voti in più, per un partito che stagnava in una crisi ormai più che decennale.

E’, quella di Corbyn, una vittoria per molti versi simile a quella di Grillo, quattro anni fa. Evidente dai numeri, ma insufficiente a governare: pur essendo maggioranza effettiva nel Paese, l’alleanza labour, lib dem e SNP non conquista il 50% dei seggi e può proporsi solo come governo di minoranza (un unicum, praticamente, per la storia inglese). “Colpa” del sistema elettorale inglese, a cui gli albionici non dimostrano tuttavia di voler rinunciare.

Adesso la palla passa alla Regina che (nonostante le condizioni di salute non perfette, stando alle voci degli ultimi tempi) dovrà verificare i margini per il futuro governo. Il prossimo inquilino di Downing Street sarà chiamato a gestire i negoziati con ciascun altro premier europeo (in incontri tete-à-tete), ma potrebbe non avere la legittimazione popolare che Theresa May si sarebbe auspicata appena un paio di mesi fa.

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