Dentro e fuori dal campo il calcio italiano vive giorni frenetici: Berlusconi pare aver trovato un’intesa per la cessione del Milan al Broker thailandese Bee, i bianconeri conquistano il quarto scudetto consecutivo riscrivendo la storia della Serie A, mentre i fatti di Torino-Juventus della scorsa domenica ancora tengono banco per la loro inaudita gravità. Per chi non ricordasse, dopo l’assalto dei tifosi torinesi al pullman della Juventus, che ha riportato la rottura di un vetro esterno a causa del lancio di bottiglie, dal settore juventino è stata lanciata una bomba carta all’indirizzo dei supporter granata che occupavano la Curva Primavera. Un gesto cieco e criminale, che ha provocato il ferimento di dodici tifosi e la squalifica della Curva Sud dello Juventus Stadium per due turni. Inutile sottolineare che si è sfiorata la tragedia: quella bomba carta, lanciata con una disumana quanto sprezzante leggerezza  e che ha disintegrato uno dei sediolini della Curva Primavera, avrebbe potuto trasformare il sogno di un derby vinto dopo venti anni in un incubo indelebile della storia granata. Dalle indagini è emerso che sarebbe stato uno steward (un irresponsabile al pari di chi quell’ordigno l’ha lanciato) ad aver facilitato l’accesso della bomba carta allo stadio, mentre nell’immediatezza dell’accaduto sei sono state le persone arrestate e quindici quelle denunciate. Si parlerà più tardi di “atto sovversivo che merita la giusta punizione” (Tavecchio, presidente della FIGC), si auspicherà il DASPO a vita per i responsabili (Beretta, presidente Lega Calcio) e maldestramente si invocherà Margaret Thatcher e la sua politica contro il tifo violento (Malagò, presidente del CONI). Tuttavia, la panacea contro il cancro degli Ultras o la piaga della violenza negli stadi non può essere solo la repressione. Come afferma lo storico inglese John Foot, il tifo italiano vive una commistione con mafia, politica e “business” che induce le società di calcio nostrane a divenire succubi delle proprie tifoserie pur di beneficiare delle entrate economiche che esse assicurano alle casse del club. Pertanto, prima ancora che perseguire una “regolamentazione della curva” servirebbe far luce sui reali rapporti tra società e alcune frange di tifosi al fine di farli cessare definitivamente. Solo su questo presupposto si potrebbe adottare il tanto bramato modello inglese, che prevede sì pene severe, immediate e certe, ma che interessa tutto il sistema calcio, dalla gestione diretta dello stadio al rapporto con la stampa, passando per l’acquisto dei biglietti e il merchandising. Infatti, accanto a pesanti misure restrittive (basta sospettare della pericolosità di un tifoso per fargli trascorrere 24 ore in arresto), l’esperienza inglese ci consegna una realtà calcistica che non è circoscritta solo all’aspetto sportivo: le società gestiscono e badano alla sicurezza degli impianti, contribuiscono a creare un’identificazione del tifoso nella propria squadra attraverso una sua responsabilizzazione dentro e fuori dal campo, e addirittura incentivano l’afflusso di gente allo stadio eliminando inutili deterrenti come la tessera del tifoso. Insomma, dopo la tragedia di Hillsbrough, dove morirono 96 persone, e le devastazioni degli hoolingans, oltremanica non hanno scelto di reprimere il fermento dei supporter violenti bensì di rilanciare, andando ad incidere sulla mentalità di chi va allo stadio attraverso l’educazione allo spettacolo del calcio. E pare ci siano riusciti attraverso inclusività, tecnologia, collaborazione, pluralismo, pianificazione. Queste le parole che dovrebbero guidare la “Road Map” per un Calcio diverso anche qui in Italia, dove il gioco del pallone troppo spesso ha significato invece esclusione, sofferenza, egoismo, vendetta, orrore.

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