L’essere umano per vivere a pieno la propria esistenza tende a formare nel quotidiano dei legami. Questi legami possono essere più o meno stretti e coinvolgono in linea di massima tutta la sfera affettiva. Stringere contatti è inevitabile, perchè attraverso di essi riusciamo ad identificare noi stessi e a formarci sotto più punti di vista. Qualunque rapporto (che sia di lavoro, amicizia o semplicemente amoroso) ci aiuta a sviluppare un lato critico, a perseverare su nuovi ideali; talvolta rendendoci meno egoisti e più consapevoli del fatto che ci si può sempre migliorare.
Crescendo sentiamo l’esigenza di spiccare il volo, di relazionarci con un mondo nuovo e abbastanza complesso. Insomma, abbiamo il desiderio di intrufolarci in una società che, da spettatori, sembra perfetta.
Facendo un passo indietro, possiamo ben comprendere che questi “vincoli” sono stati costruiti con forza, affinchè non giungano a termine. Allora, finiamo per impegnarci. Maturiamo per non perdere il nostro simile, colui che si avvicina di più al nostro modo di essere e non ci svisceri totalmente. O in altri casi cerchiamo di adattarci, celando la nostra essenza fino a precipitare nel baratro della banalità.
Questi sono legami artificiosi ma non per questo meno belli da vivere. Ma vi è uno che è naturale, privo di maschere, essenzialmente nudo in tutte le sue forme: quello materno.

La madre è la nostra progenitrice, il nostro primo amore.
È colei che ha deciso di stravolgere i suoi giorni e di ricominciare a vivere a piccoli passi. È colei che, mettendosi in una posizione di assoluta parità, ci ha presi per mano e ha imparato a camminare, a mangiare e a parlare con noi. Ha voluto, senza alcun indugio, vivere più vite.
Per questo abbiamo il compito di badarle mentre si appresta alla senilità, con lo scopo di non essere un lamento costante ma di recarle sollievo.
Non dobbiamo rifiutare nostra madre per le sue debolezze e spingerla ad essere come vogliamo. La nostra missione è quella di accettarla integralmente nel suo percorso e di sentirci saturi del bene che le possiamo procurare.
Quando è arrivato il momento di restarle accanto, saremo noi a prenderle la mano e inizieremo a restituirle tutto quello che nella sua giovinezza ci ha donato.
A tal proposito, abbiamo scelto una poesia bellissima di Giuseppe Ungaretti intitolata:

“La madre”.

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
Sono versi che ci lasciano spiazzati, alla deriva.

In quattro strofe, il poeta, rivolgendosi a sua madre, ha esaltato il ruolo di tutte le madri; sempre pronte ad aiutare i loro figli sia in vita che in morte.
Come possiamo notare in questi versi, l’amore di una madre supera ogni limite e sfida anche le leggi della “morte”.
Ungaretti mette in primo piano la sua progenitrice, colei che lo conduce davanti a Dio e si inginocchia per implorare la sua salvezza. Solo quando avrà ottenuto la giustizia di suo figlio, lei sarà pronta a guardarlo negli occhi e ad amarlo eternamente.
La vita non restituisce tempo, ma abbiamo forze ed energie che possono essere investite amando. Solo così non avremo rimorsi!

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